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Riccardo CarlonRiccardo Carlon
Antologia personale di poesie PDF Stampa E-mail


 

PASTERNAK. In morte di Majakovskij

 

Non ci credevano

Pensavano fandonie

Ma lo apprendevano

Da due da tre da tutti

Si mettevano a fianco

Nella riga del tuo tempo

Fermatasi di botto

Case di moglie di impiegati e di mercanti

Era un giorno un innocuo giorno

Più innocuo di una decina

Di precedenti giorni tuoi

Si affollavano allineandosi nell’anticamera

Come allineati dal tuo sparo

Tu dormivi

Spianato il letto sulle maldicenze

Dormivi

E cessato ogni palpito

Eri placido bello ventiduenne

Come aveva predetto il tuo tetrattico

Tu dormivi

Stringendo al cuscino la guancia

Dormivi

A piene gambe a pieni malleoli

Inserendoti ancora una volta di colpo

Nella schiera delle leggende giovani

Tu ti inseristi in esse con più forza

Perché le avevi raggiunte con un balzo

Il tuo sparo fu simile ad un Etna

In un pianoro di codardi e di codarde

Oh! Se io avessi allora presagito

Quando mi avventuravo nel debutto

Che le righe con il sangue uccidono

Mi affioreranno alla gola e mi uccideranno

Mi sarei nettamente rifiutato

Di scherzare con siffatto intrigo

Il principio fu così lontano

Così timido nel primo interesse

Ma la vecchiezza è una Roma

Senza burle e senza ciance

Che non prove esige dall’attore

Ma una completa autentica rovina.

 

( da ascoltare nella interpretazione di Carmelo Bene su you tube)

 

 

 

GIACOMO LEOPARDI, Ad Arimane *

Re delle cose, autor del mondo, arcana

Malvagità, sommo potere e somma

Intelligenza, eterno

Dator dei mali e reggitor del moto,

Io no so se questo ti faccia felice, ma mira e godi contemplando eternam.

Natura

È come un bambino che disfa subito il fatto. Vecchiezza. Noia o passioni piene di dolore e

Di disperazioni : amore.

Te con diversi nomi il volgo appella Fato, natura e Dio. Ma tu sei Arimane.

Taccio le tempeste, le pesti, tuoi doni che altro non sai donare.

Tu dai gli ardori e i ghiacci.

E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione.

Ma l’opra tua rimane immutabile, perché per natura dell’uomo sempre

Regneranno l’ardimento e l’inganno, e la sincerità e la modestia resteranno indietro,

e la fortuna sarà nemica al valore, e il merito non sarà buono a farsi largo,

e il giusto e il debole sarà oppresso.

Vivi, Arimane e trionfi, e sempre trionferai.

Perché Dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? L’ amore ?

Per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri, e del tempo nostro passato?

Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie.

Tua lode sarà il pianto, testimonio del nostro patire.

Pianto da me certo Tu non avrai : ben mille volta dal mio labbro

Il tuo nome maledetto sarà.

Ma io non mi rassegnerò.

Se mai grazia fu chiesta ad Arimane concedimi che io non passi il 7° lustro.

Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, l’apostolo della tua religione.

Ricompensami.

Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che nel mondo

È creduto il massimo de’ mali, la morte.

Non posso, non posso più della vita.

 

( trascrizione della versione di Carmelo Bene su you-tube)

 

*Arimane era, nel dualismo di Zoroastro, la divinità persiana delle tenebre

 

 

Mandelstham

Nelle notti

ululando a testa nuda

ho imparato

la scienza degli addii


 

Giovanni Pascoli NEBBIA.

E guardai nella valle : era sparito

Tutto! Sommerso! Era un gran mare piano,

grigio, senz’onde, senza lidi, unito.

 

E c’era appena, qua e là, lo strano

vocio di gridi piccoli e selvaggi:

uccelli spersi per quel mondo vano.

 

E alto, in cielo, scheletri di faggi,

come sospesi, e sogni di rovine

e di silenziosi eremitaggi.

 

E un cane uggiolava senza fine …

 


GUILLAUME APOLLINAIRELE SIRENE

So io la vostra pena da che viene

quando al largo, di notte, Sirene,

vi lamentate?

Mare, io sono come te, pieno di voci

fatturate;

e i miei vascelli che cantando vanno,

gli anni nome hanno.


Alexandr Blok

Come è penoso andare tra la gente

fingendo di non essere defunto

E raccontare a chi non ha vissuto

il gioco falso e tragico del male;

e contemplando l’incubo notturno

scoprire un’armonia nel discordante

mulinio dell’essere, chè solo

nei riflessi dell’ arte l’uomo vede l’incendio senza scampo della vita.

 


HOLDERLINCANTO DEL DESTINO DI IPERIONE

Voi andate laggiù nella luce

Su molle suolo, beati genii!

Splendenti brezze di dei

Vi sfiorano lievi

Come dita ispirate

Le sacre corde

Senza destino, come lattante

Che dorma, respirano i celesti

Serbato casto

In umile gemma

E’ in eterno fiorire

Per loro lo spirito e gli occhi beati

Brillano in tacita

Eterna chiarità.

 

Ma a noi non è dato

In luogo nessuno posare,

dileguano, cadono

soffrendo gli uomini

alla cieca, da una

ora nell’altra,

come acqua da scoglio

a scoglio gettata

per anni nell’ abisso

dell’incertezza

( musicata da Brahms )

 

 

BRETON

Il vento lucido mi porta

il profumo perduto

dell’esistenza



SALVATORE QUASIMODO

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera

 

 

 

W.H.AUDEN

Felice la lepre al mattino

Perché non sa leggere

I pensieri del cacciatore

Al risveglio.

Felice la foglia

Incapace di predire la caduta.

Felici invero le sparse alghe gelatinose

Soffocanti che fioriscono negli stagni

Lambiscono le sabbie del deserto

Ma cosa farà l’uomo

Il quale sa fischiettare melodie a memoria

Conosce la battuta esatta

A cui la morte lo fermerà netto

Come il grido del gabbiano

Che cosa può fare

Se non difendere se stesso dalla conoscenza ?

 

 

JAIME TORRE BODET, UN UOMO MUORE DENTRO DI ME

Un uomo muore dentro di me tutte le volte che un uomo

muore da qualche altra parte, assassinato

dalla paura e dall’ansia di altri uomini.

Un uomo muore dentro di me ogni volta che in Asia

o sulla sponda di un fiume

d’ Africa o d’ America,

o nei parchi di una città d’ Europa,

l’arma di un uomo uccide un uomo.

E la sua morte disfa tutto ciò che credevo di avere eretto

in me su fondamenta eterne:

la fede nei miei eroi,

il mio gusto di stare in silenzio sotto i pini,

l’orgoglio che io avevo di essere uomo

ascoltare Platone narrare la morte di Socrate

e perfino il sapore dell’acqua e perfino il chiaro

piacere di riconoscere

che due e due fanno quattro….

Tutto

di nuovo s’interroga

e pone mille domande senza risposta, nell’ora in cui l’uomo

penetra – a mano armata –

nella vita senza difesa di altri uomini.


 

VINCENZO CARDARELLI, AUTUNNO

Già lo sentimmo venire

nel vento d’agosto,

nelle piogge di settembre

torrenziali e pungenti,

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste

accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,

in quest’ autunno che incede

con lentezza indicibile,

il miglior tempo della nostra vita

lungamente ci dice addio

 

 

FEDERICO GARCIA LORCA, NOTTE DELL’AMORE INSONNE

Notte Alta, noi due e la luna piena;

io che piangevo, mentre tu ridevi.

Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti

attimi e colombe incatenate.

 

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,

piangevi tu in profonde lontananze.

La mia angoscia era un groppo d’agonie

sopra il tuo cuore debole di sabbia.

 

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,

le bocche su quel gelido fluire

di un sangue che dilaga senza fine.

 

Penetrò il sole la veranda chiusa

E il corallo della vita aprì i suoi rami

sopra il mio cuore nel sudario avvolto.


 

 

FEDERICO GARCIA LORCA

Temo di perdere la meraviglia

dei tuoi occhi di statua e la cadenza

che di notte mi posa sulla guancia

la rosa solitaria del respiro.

 

Temo di essere lungo questa riva un tronco spoglio, e quel che più mi accora

è non aver fiore, polpa, argilla

per il verme di questa sofferenza.

 

Se sei tu il mio tesoro seppellito,

la mia croce e il mio fradicio dolore,

se io sono il cane e tu il padrone mia

 

non farmi perdere ciò che ho raggiunto

e guarisci le acque del tuo fiume

con foglie dell’autunno mia impazzito.



EUGENIO MONTALE

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l’ incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

 

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina indifferenza:

era la statua della sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto legato.

 


GEORG TRAKL, CANTO NOTTURNO

Respiro dell’immoto. Un volto animalesco,

rigido d’azzurro, la santità di lei.

Potente è il silenzio nel sasso;

 

la maschera di un uccello notturno. Un accordo soave

si spegne ad un tratto. Ahime! Il tuo volto

muto si china sopra acque azzurrine.

 

Oh, silenziosi specchi del vero!

Alla tempia eburnea del solitario appare il riflesso d’angeli neri.


 

VERLAINE, CANZONE D’AUTUNNO

Singhiozzi lunghi

Dai violini

Dell’autunno

Mordono il cuore

Con un monotono languore.

Ecco ansimando

E smorto,quando

Suona l’ora,

io mi ricordo

gli antichi giorni

e piango;

e me ne vado

nel vento ingrato

che mi porta

di qua di là

come fa la

foglia morta.


 

J.SEIFERT, CONVERSAZIONE CON LA MORTE

Tu, che vali più che l’oro vale,

tu, che tutto hai che non torna,

tu,fra le cui braccia l’uomo dimentica

ogni peso del mondo, tu stessa senza peso,

tu, che con crudeltà comandi di portare

a ogni vivo dolore, tu stessa senza dolore,

tu,che piangi sicura della preda,

tu, a cui nessuno mai è pronto,

tu,morte, sempiterna ballerina del vivere,

tu, da cui salvezza non può trovare

l’acciaio, la statua e il tempio,

tu, dei morti la guida nell’ignoto,

tu, senza mutazioni l’unica al mondo,

ecco: questo è il corpo morto nell’affusto,

prendilo,la cosa più bella offre

a te questo popolo che piange

in questo morto più di quanto forse poteva offrirti,

tu, che tutto hai che non torna,

prendilo dentro il grembo profondo

dove nel buio mai l’alba trapela,

che il morto giusto ora trovi riposo.

Sulla sua tomba sta un popolo vivo.

(1937 dopo l’annessione della Cecoslovacchia alla Germania)

 

 

J.PREVERT, LE FOGLIE MORTE

Vorrei tanto che tu di ricordassi

I giorni felici di quando eravamo insieme.

In quel tempo la vita era più bella

E il sole più ardente di oggi.

Le foglie morte si ammassano sul badile

Tu vedi, non ho dimenticato

Le foglie morte che si ammassano sul badile,

i ricordi e i rimpianti.

E il vento del nord le ha portate via

Nella fredda notte dell’oblio.

Tu vedi non ho dimenticato

La canzone che tu mi cantavi.

E’ una canzone che ci assomiglia

Tu mi amavi e io ti amavo.

Vivevamo tutti e due insieme

Tu che mi amavi ed io che ti amavo.

Ma la vita separa quelli che si amano, pian piano.

E il mare cancella sulla sabbia

I passi degli amanti disuniti.

 

 

JOSE’ AGUSTIN GOYTISOLO, IN QUESTO STESSO ISTANTE

In questo stesso istante

C’è un uomo che soffre,

un uomo torturato

solo perché ama

la libertà.

 

Ignoro

Dove vive, che lingua

Parla, di che colore

Ha la pelle, come

Si chiama ma

In questo stesso istante,

quando i tuoi occhi leggono

la mia piccola poesia,

quell’uomo esiste, grida,

si può sentire il suo pianto

di animale perseguitato

mentre si morde le labbra

per non denunciare

i suoi amici. Lo senti?

Un uomo solo

Grida ammanettato, esiste

In qualche posto.

 

Ho detto solo?

Non senti, come me,

il dolore del suo corpo

ripetuto nel tuo?

Non ti sgorga il sangue

Sotto i colpi ciechi?

Nessuno è solo. Adesso,

in questo istante,

anche te e me

ci tengono ammanettati


 

SALVATORE QUASIMODO, ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.


 

PAUL VALERY, LA SELVA AMICA

Noi abbiamo pensato cose pure

A fianco a fianco, lungo i viali,

noi ci siamo tenuti per le mani

senza una parola… tra corolle oscure.

 

Camminavamo come fidanzati,

soli, nella verde notte delle praterie;

dividevamo il frutto delle fantasie,

la luna amica agli insensati.

 

Poi siamo morti sopra il muschio, soli,

remoti, e nella selva intima l’ombra

ci avviluppava dolce, mormorando;

 

lassù, nel lume immenso,

noi ci siamo trovati lacrimando,

mio diletto compagno di silenzio.

 

 

GOETHE. Faust, NON HO FATTO CHE CORRERE

Non ho fatto che correre, io, attraversando il mondo.

Ogni piacere l’ho afferrato al volo.

Non mi bastava? E se ne andasse!

Non l’ottenevo? E si perdesse!

Ho avuto solo desideri e solo

Desideri saziati

E nuove voglie; e di forza, così

Ho attraversato d’impeto la vita. Alta potente

Dapprima; ora va sazia, ora va attenta.

La conosco abbastanza, questa terra.

Sull’al di là ci è impedita la vista.

Pazzo chi volge lo sguardo scrutando lassù

E sopra le nuvole finge suoi simili!

L’uomo si tenga saldo qui e si guardi attorno:

non è muto questo mondo a chi sa e opera.


 

GUILLAUME APOLLINAIRE, IL CANTO D’AMORE

Ecco di cos’è fatto il canto sinfonico dell’amore

C’è in esso il canto dell’amore di una volta

Il brusio dei baci storditi degli amanti illustri

Gli strilli d’amore delle mortali violate dagli dei

Le virilità dei mitici eroi drizzate come pezzi antiaerei

L’urlo prezioso di Giasone

Il canto mortale del cigno

E l’inno vittorioso che i primi raggi del sole hanno fatto

cantare a Anemone l’immortale

C’è il grido delle Sabine al momento del ratto

E anche vi sono i gridi d’amore dei felini nella giungla

Il rumore sordo della linfa che sale nelle piante tropicali

Il tuono delle artiglierie che attuano il terribile amore dei popoli

Le ondate del mare dove nasce la vita e la bellezza

C’è il canto di tutto l’amore del mondo


 

 

BAUDELAIRE, CIELO COPERTO

Sembra quasi, il tuo sguardo,schermato da un vapore;

il mistero dei tuoi occhi (azzurri, verdi,grigi?)

è volta a volta tenero, o spietato, o sognante,

e specchia l’indolenza e il pallore del cielo.

 

Bianche, tiepide, bambagiose giornate ricorsi, quando il cuore

si scioglie ,stregato, in pianto, e flagellati

da un male ignoto che li attorce, i nervi

si fan beffe dell’anima assopita.

 

A volte fai pensare ai sontuosi orizzonti

che i soli di brumose stagioni accendono… e risplendi

come un paesaggio fradicio infiammato dai raggi

che spiovono da un cielo tempestoso!

 

O donna-trabocchetto, o climi seducenti!

Anche i tuoi geli, anche la vostra neve

saprò farmi piacere, e dal crudele inverno distillare

piaceri più taglienti dell’acciaio e del ghiaccio?


 


STEFAN GEORGE, DOPO LA VENDEMMIA

Non esitare a cogliere lo sfarzo

Che scompare nel cambio di stagione

Nuvole grigie s’ ammassano rapide

Presto la nebbia ci potrà sorprendere

 

Suono flautato dagli spogli rami

Ti annuncia che un’estrema melodia

Avvolge (prima che la geli il vento)

La terra dentro splendido damasco.

 

Le vespe con il manto verde oro

Sono fuggite dai calici chiusi

Ecco aggiriamo con la barca isole

Del colore di bronzo del fogliame